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Il Giappone è un paese che ha donato al mondo innumerevoli arti, spesso uniche nel loro genere. Il Kintsugi è una di queste; è un’antica forma d’arte che consiste nel riparare oggetti in ceramica, utilizzando l’oro fuso, per saldare insieme i frammenti.
La cultura orientale differisce molto da quella occidentale, sotto diversi aspetti. In Occidente c’è la tendenza a gettare via gli oggetti quando si rompono oppure si cerca di ripararli senza lasciare tracce visibili del danno, usando la colla trasparente, in modo da nascondere le linee di rottura. Per i giapponesi, è possibile ridare vita a ciò che è stato danneggiato, valorizzando l’accaduto. Ogni pezzo riparato diventa unico grazie alla casualità con cui l’oggetto si è rotto e per le irregolari decorazioni che si formano con il metallo. Le crepe non sono punti fragili da nascondere, ma vengono valorizzate.
Il Kintsugi non è solo una tecnica di restauro, ha infatti un forte valore simbolico. Rappresenta la metafora delle “fratture”, delle crisi e dei cambiamenti che l’individuo può trovarsi ad affrontare durante la vita. Attraverso la valorizzazione della frattura, il vaso rotto ora ha una nuova storia, una nuova bellezza; allo stesso modo, una persona può superare e “guarire” il proprio dolore, le proprie ferite interne, conquistando una nuova bellezza, unicità e storia. Le cicatrici sono testimonianza del nostro passato, delle prove superate e sono testimonianza che le ferite possono essere dei luoghi di passaggio, non solo del dolore, ma anche della luce.
L’arte del Kintsugi richiede grande pazienza e ciò vale anche per un lavoro su stessi: la riparazione, passo dopo passo, prende lentamente forma. Il terapeuta accompagna la persona nella costruzione di una nuova realtà, ricomponendo le sue parti interne.
Il Kintsugi è una lezione di vita. Ci insegna ad accettare e accogliere le nostre ferite anziché rimuoverle, nasconderle, a trasformarle in punti di forza “ricoprendole d’oro”.
Il processo non è sempre facile, e all’inizio, immersi nel dolore, nella vergogna, nel senso di colpa o nel fallimento, facciamo fatica a considerare che i momenti di crisi e di dolore possano costituire nuove risorse e offrire nuove opportunità di cambiamento.
Elaborare una ferita è un processo lungo, lento e a volte scoraggiante, richiede cura e pazienza, ma attraverso le prove e i tentativi si va avanti, anche quando si ha l’impressione di essere rimasti fermi al punto di partenza. Ad un certo punto tutto comincia a diventare più chiaro, si vedono dei cambiamenti e si inizia a guardare le cose da un altro punto di vista. Con il tempo, il dolore viene elaborato, passa e lascia un segno. Ci lascia cambiati, a volte più forti, a volte più saggi. Questa è l’arte giapponese dell’accettare ciò che è stato, accogliendolo come una preziosa lezione di vita.
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